Chiamami per sbaglio o quando non hai niente da fare o quando vai di fretta, proprio nel bel mezzo del traffico. Chiamami dalla penombra delle stanze estive, in un orario improbabile, o quando non riesci ad aprire “questo maledetto ombrello”, e piove e il mondo, come al solito, è troppo distratto per accorgersi di te. Figuriamoci adesso, che di mondi ce ne sono due, figuriamoci se Giordano Bruno avesse ragione ad elencare infiniti, eppure in uno solo di essi valeva la pena bruciare, insieme. Chiamami come chiameresti qualcuno che non conosci o che non ricordi, che ti sembrerà di averla sentita già da qualche parte, quella voce, oppure no, oppure è uno di quegli scherzi che fa il cervello, e che hanno romanticamente chiamato “dèjà-vu”, il già visto non vuol dire per forza già vissuto. Vivere è un verbo che non sopporta il passato, e neanche in quelle esibizioniste confessioni dei poeti da quattro soldi: “Ho vissuto”, “Ho visto”, “Sono stato”. Chiamami, proprio quando credi che sia inutile, non necessario, quasi una follia. Chiamami quando avrai esaurito tutto gli elenchi telefonici del mondo, quando avrai spedito epistole a tutti gli indirizzi: Milano, Missouri, Nuova Zelanda. Chiamami, quando il mondo sarà intento a cercare vita lì fuori, mentre bisognava guardare dentro, e non indietro, e non avanti. Chiamami, quando i pittori avranno intuito l’inutilità delle tele, quando la musica non sarà più sufficiente, quando Dio avrà smesso di esistere per far posto a noi.

CondividiShare on Facebook0Email this to someone

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *