La moda è fantasia, colore, creatività, intuito, irriverenza, carattere, personalità… la moda è tantissime cose e spiegarlo in poche righe diventa un’impresa ardua.

Ma prima di parlare di quello che è “in” e quello che è “out”, prima di parlare di street style o di maison style, prima di parlare di colori del momento, di tendenze dell’estate, voglio raccontarvi cosa c’è dietro la moda, quella alla portata di tutti, quella che ci permette di compraci cose di tendenza a prezzo ridotto, insomma cosa c’è dietro la moda lowcost o come si dice in gergo tecnico, dietro il “fast fashion”.

Oggi vi parlo di vestiti. Dei vestiti dachi li indossa a chi li produce e l’impatto che questo ha sul nostro mondo. E’ una storia di avidità e paura, potere e povertà, è complessa perché comprende tutto il mondo, ma è anche estremamentesemplice : mostra, infatti, quanto legame ci sia tra quello che indossiamo e le tante mani ed i tanti cuori di chi li ha cuciti.

Io amo tutto dei vestiti: amo i colori, la fantasia, il taglio di un capo, la stoffa che diventa come una seconda pelle per noi e diventa il modo più forte ed immediato per far capire chi siamo al mondo che ci guarda. Questo è quello che mi piace, che è una parte fondamentale per comunicare quello che vogliamo e quello che noi siamo e proprio questo mi ha convinto a far parte di questa gigantesca industria chiamata Moda.

Esisteva un sistema, un sistema della moda, estremamente semplice: le persone andavano alle sfilate e c’erano due collezioni all’anno. Una era quella primavera/estate e l’altraautunno/inverno ed è stato regolarmente così per molti anni. Ora dobbiamo stracciare tutto questo e buttarlo via. Non ha più nulla a che fare con la moda di oggi. È stato tutto reinventato.Invece di due stagioni l’anno, praticamente ci sono 52 stagioni all’anno, perché ogni settimana si deve garantire al cliente finale qualcosa di nuovo in negozio.

C’è uno spostamento brutale verso un modo di produrre che davvero guarda solo l’interesse aziendale. Il 97% dei vestiti che compriamo è fatto in paesi in via di sviluppo. La produzione globalizzata ( che ha dato origine al fast fashion) vuol dire che tutta la produzione dei beni è stata esternalizzata a economie a basso costo , in particolare dove i salari sono molto bassi e vengono volutamente tenuti bassi.

Ci sono talmente tanti marchi lowcost in competizione tra loro( Zara, H&M , Topshop, Forever21, Gap, Other stories, Primark, Rver Island, Abercrombie, ecc. ecc.ecc.)che richiedono sempre un prezzo più basso al produttore per poterlo proporre al mercato (noi) ad un prezzo più concorrenziale. Questo cosa comporta? Comporta che il produttore per poter garantire quei prezzi, deve risparmiare e risparmia ignorando le misure di sicurezza. In Bangladesh vicino Dhaka, è crollato un palazzo di sette piani ( non c’è stata molta pubblicità sull’accaduto nei paesi occidentali, ma la tragedia viene ricordata come “la tragedia di Rana Plaza”) ed un altro edificio è andato in fiamme, causando la morte di migliaia di persone.

I lavoratori del Bangladesh hanno pagato con la propria vita per realizzare i nostri vestiti economici. La maggior parte di essi,è prodotta proprio qui, da persone che guadagnano circa 1$ al giorno… eppure l’anno del disastro di Rana Plaza ha segnato l’anno più redditizio nel mondo della moda. Oggi è un settore di quasi tre triliardi di dollari l’anno.

A tutto ciò si aggiungono le pubblicità che ogni giorno ci bombardano, sono delle vere e proprie propagande. Quando pensiamo a questo termine ci vengono in mente gli altoparlanti, folle che cantano , il nazismo, il fascismo e così via. Pensiamo che sia una cosa prettamente Hitleriana o mussolinianama in realtà è la cosa che si è americanizzata di più. La pubblicità funziona perché i messaggi che vengono lanciati sono molto chiari : se tu hai quella cosa, avrai soddisfatto i tuoi bisogni e sarai più felice; ti convinceche quella determinata cosa ti starà benissimo e ti farà sembrare una nuova Gigi Hadid. Tornata a casa ti accorgi che ti fa un po’ grassa, che non ti sta proprio bene, ma ecco che salta fuori la forza del lowcost : si, hai un po’ di rabbia nell’averla comprata ( o perché ti fa un po’ grassa ed allora giù diete…), ma non fa nulla in fondo, puoi sempre comprare qualcos’altro visti i prezzi così bassi.  Ed è così che la nostra felicità sembra sempre più legata al possesso di cose. Oggi compriamo 80 miliardi all’anno di indumenti, il 400% in più rispetto a 6 anni fa. Il modo in cui le compriamoè cambiato tanto e così velocemente che solo pochissime persone si sono chieste delle conseguenze di un tale aumento nel consumo ( e quindi nella produzione): sfruttamento di persone, sfruttamento del terreno ( con la produzione di cotone), inquinamento di terra, aria e falde acquifere ( coloranti e pesticidi), aumento dei rifiuti (pensate alle rimanenze aziendali di tutti i breand del mondo e di tutte le fabbriche di produzione!!!!!). Ormai produciamo quasi come un usa e getta e non ha senso. Quanti di noi non hanno detto nemmeno una volta :“si vabbè la prendo, tanto per quello che costa anche se la metto solo una volta ho recuperato”? credo tutti.

In realtà ci stiamo approfittando di quelle persone, del loro bisogno di lavorare per usarli come schiavi.

L’industria del fast fashion ci permette di compare maglie a 7 euro e jeans a 19 euro facendo credere al consumatore di essere più benestante, ma in realtà ci stanno soltanto impoverendoe l’unica persona che si arricchisce realmente, è solo il proprietario del marchio e la sua famiglia ( non a caso Amancio Ortega proprietario di Zara è il secondo uomo più ricco al mondo).

Continueremo a cercare la felicità nel consumo delle cose? Saremo soddisfatti di un sistema che ci fa sentire più ricchi, mentre lascia che il mondo sia disperatamente povero? Continueremo avolere le vite di chi sta dietro ai nostri vestiti o sarà questo un punto di svolta, un nuovo capitolo nella nostra storia, in cui insieme faremo partire un vero cambiamento, ricordandoci che tutto ciò che indossiamo è stato toccato da mani umani?

In mezzo a tutte le sfide che stiamo affrontando oggi, per tutti i problemi che sembrano più grandi di noi e fuori dal nostro controllo, forse possiamo partire da qui, dai vestiti, quasi come se tutti i consumatori diventassero attivisti dei diritti umani.

Mi chiedete se ho una soluzione? No. Lavoro nella moda ed amo la parte più magica di essa. Amo fare shopping e creare outfits perfetti che esprimano la mia personalità ed il mio umore, amo creare collezioni che incontrano i gusti dei consumatori ed ahimè amo farvi spendere e far incrementare sempre di più il fatturato del mio brand ( sono la più colpevole tra voi!) ma non posso fare a meno di pensare a tutto questo. Non posso fare a meno di riscoprire i mercatini vintage e dare vita a qualcosa che apparentemente è vecchio per qualcun altro (mercato intelligente). Di riscoprire la Caritas e dare a persone più sfortunate di me quello che non metto più. Di scoprire siti come DEPOP dove posso rivendere quello che non indosso più ed acquistare quello che non indossano più gli altri. Chissà che non sia questa la VERA moda. Continuate ad essere fashion addicted, ma fatelo con consapevolezza. Fatelo sapendo che i vostri, nostri acquisti cambiano il mondo che ci circonda. Abbiamo gli armadi che scoppiano allora, facciamo partire una MODA RIVOLUZIONARIA : svuotiamoli. Diamo via quello che non ci serve più, rivendiamolo, ma non buttatelo via MAI perché dietro quella t-shirt da 7 euro c’è il lavoro di una donna, c’è il sacrificio di un essere umano.

 

 

Questa pubblicità (americana) vuol esprimere il concetto che le giacche costano così poco da poterle usare come asciugatutto e poi buttarle. Gli ideatori hanno rispettato il lavoro di migliaia di donne in condizioni disumane? Hanno tenuto conto delle morti che ci sono state per confezionare quelle giacche? Si sono resi conto che dietro c’è il sudore e lo sfruttamento di persone che guadagnano 1 $ al giorno? Ecco. Questo è il rovescio della medaglia MODA.

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9 Comments

  1. Francy

    Mi piace! Brava! Avevo visto un documentario sullo sfruttamento in questi paesi, nello specifico i fornitori di H&M. Il video è varie domande erano poi state inviate al vertice.
    Anni fa avevo seguito una sorta di reality dove dei ragazzi inglesi, che lavoravano nella moda, sono stati mandati in India, Cina etc a lavorare in queste fabbriche per far capire loro cosa c’é dietro a questo business.
    Condivido questo tuo pezzo. Grat Job

  2. Oscar

    È’ vero abbiamo gli armadi che scoppiano e metto solo un terzo delle cose. È’ vero dovremmo dare più valore alle cose e comprare con più moderazione. Non ho mai pensato a tutto quello che c’è dietro gli abiti che indossiamo. Folgorante.

  3. Catia

    Lavorando nel mondo della moda di che è’ così. Ho visitato più volte molti produttori in India e Bangladesh e la situazione è’ ancora più allarmante di quella che descrivi. Se qualcuno pensa che ha esagerato, si sbaglia. Anzi, ci è’ andata leggera.

  4. Gaia

    Letto! molto ben fatto perché non lascia cadere tutto nel “vuoto totale” come spesso accade, ma crea delle possibili soluzioni almeno a parte del problema e in termini di consapevolezza. Buono anche il punto di vista molto onesto e non da ” grande inquisizione” tipico degli articoli di denuncia.

  5. Cristina

    Brava Giuly! Bellissimo articolo, attuale, moderno e che tocca le coscienze di tutti noi….
    Condivido tutto ciò che hai scritto…. penso tuttavia che non hanno tutti la fortuna di rivolgersi al lusso o il tempo da dedicare in giro per i mercatini per i propri acquisti, ( ammetto che io adorerei…. Ma non mi ci dedico….)motivo per cui tutti declinano i propri risparmi sui brand da te menzionati!
    Ad ogni modo umanamente se ci soffermassimo di più a riflettere, forse non faremmo arricchire quegli sfruttatori , evitando gli acquisti di impulso oppure quelli destinati ad appagare le proprie frustrazioni !

  6. Ozzy

    Brava G. !!! Riflettiamo, riflettiamo tutti…Purtroppo viviamo in un mondo dove la vita ed il benessere( o presunto tale) di alcuni, valgono molto più delle vite e del benessere di altri. Ma, alla luce dei fatti, abbiamo veramente la maturità ed il coraggio di cambiare e far cambiare le cose?

  7. Carmen

    Complimentiottimo articolo☺fa riflettere tutti noi “amanti dello shopping”.Le condizioni in cui sono costrette a lavorare quelle povere donne per 1$ al giorno, mi fanno rabbrividire, soprattutto quell immagine di quella mamma con il bimbo steso a terra.Purtroppo e’una dura realta’ questa……il mondo e’pieno di dure realta’…..Avvolte la moda è orrore…..come quando vengono soppressi migliaia di animali per realizzare abiti,pellicce, scarpe ecc…..Non cambierà mai tutto questo cara Giuly

  8. Catia

    Giuliana, che dire? Santa verità…ma quanto è difficile mettere in pratica, o almeno provare a farlo, le possibili soluzioni?
    Provo a sensibilizzare ogni giorno le persone che ho intorno, invitando loro a leggere bene il famoso “made in” ma i risultati sono davvero scarsi, lo ammetto.
    Si è davvero troppo abituati ad una sorta di menefreghismo che non ci fa vedere le cose per come realmente sono.
    Io penso sempre che quella donna sfruttata in Bangladesh potrei essere io, oppure quel bambino in India, mio nipote. Ma poi ce ne dimentichiamo, presi dalla foga di avere quella maledetta giacca a 19 euro e novanta centesimi che, e tu sai che parlo con cognizione di causa, se quella dannata giacca fosse fatta in Italia, o anche all’ estero, ma rispettando le condizioni di lavoro degli addetti, non rientrerebbe neppure nei costi di produzione.
    Ma se non ci passi da vicino come è successo a noi, non lo capisci, o non vuoi capirlo.
    E’ un argomento al quale sono molto legata, sul quale mi soffermo spesso, e dal quale ne traggo anche diverse possibili soluzioni, e condivido a pieno l’ idea di mantenere in vita pezzi di noi che non vogliamo più.
    Grande Giu, gran bel pezzo.

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